Dammi 80 euro in busta paga e ti risollevo l’economia

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Non mi getto nelle motivazioni ed implicazioni politiche dei famosi 80 euro in busta paga che da maggio arriveranno ai lavoratori dipendenti con reddito sotto i 1500 euro mensili (stimati in 10 milioni). Per quanto riguarda l’attuale governo, da poco insediato, spero faccia il meglio. Come speravo anche per quello prima e per quello precedente e andando a ritroso, a volte contro ogni speranza. Però in una analisi degli effetti mi ci getto. Perché oltre all’esultanza di chi questi soldi li riceverà, se ancora siamo un Paese ed una comunità gli effetti vanno valutati nel generale. Parto da una affermazione che spesso abbiamo sentito, in qualche bar o strada d’Italia, in questi giorni:
Almeno con questi 80 euro in busta paga si risolleva un po’ l’economia”.

Sostanzialmente, chi dice così pensa al semplice fatto che aumentando i soldi “nelle tasche degli italiani” – come si usa dire – aumenteranno i consumi. La prima domanda che mi pongo è riguardo alla grande quantità di consumi di beni importati dall’estero: un aumento di questi consumi, se guardata a livello macro, sarebbe come se lo Stato usasse una parte dei 10 miliardi di spesa stimati per questa manovra per comprare dei beni dall’estero. Insomma l’aumento dei consumi potrebbe non andare a totale beneficio delle aziende italiane, che ne sarebbero positivamente colpite solo in parte mentre l’altra fetta se ne andrebbe fuori dal terreno del made in Italy, e – intermediari a parte – fuori dall’Italia. Poi parte la domanda che in molte piazze e file alle poste d’Italia in tanti si pongono:
“Ok ma… con che soldi?”

La domanda non è stupida: le idee chiare non sembrano averle neppure i membri del governo. Si è ventilato inizialmente di bonus, poi di detrazione Irpef, pagata con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, così come proposto da Delrio. Poi si è parlato della possibilità di una riorganizzazione della spesa pubblica, nella lingua corrente tagli, con la cosiddetta “cura Cottarelli”, che permetterebbe di finanziare questa ed altre manovre. Poi si è tratteggiata la possibilità, nella stessa conferenza stampa che ha mostrato un po’ di idee confuse, di coprire parte o della spesa in questione con la diminuzione dello spread e quindi degli interessi sul debito. Quest’ultima, un’opzione poco stabile e soprattutto fantasiosa: per quanto il tasso di interesse sia più basso del previsto, è pur sempre un tasso d’interesse da ripagare. Dire che abbiamo soldi in più da spendere perché (si spera) pagheremo meno in interessi di quanto ((forse) ne avremmo dovuti pagare è pura fantascienza. In questo modo si rimanda al futuro la spesa del presente,ancora una volta.
Io mi immagino due scenari con relative conseguenze:

A) ipotesi irrealistica, non si copre la spesa per la manovra in questione, aumentando lo stock del debito anche sfruttando i tassi d’interesse più bassi attualmente offerti.
Lasciando perdere i discorsi sulla opportunità o meno di aumentare il debito (per molti economisti è infatti una operazione fattibilissima, seguendo la scia di Usa e Giappone, mentre per altri è una mezza bestemmia), in questo caso l’aumento in busta paga corrisponderebbe a un aumento della moneta circolante. La crescita dei consumi sarebbe allora accompagnata dalla crescita dell’inflazione. Questo significherebbe che se per una parte della popolazione il potere d’acquisto aumenta per tutti gli altri diminuisce bruscamente. La questione ci porta a un doppio problema: da un lato la non sostenibilità con questa manovra del sostegno al potere d’acquisto, dall’altra – più urgente – le problematiche che questo porterebbe per tutti coloro che non beneficiano di questo aumento, in primis pensionati e disoccupati. Si ritorna sempre lì, ai non garantiti: se per dare di più a chi già una garanzia minima (un lavoro in questo caso) ce l’ha allora devo danneggiare tutti i non garantiti, cui prodest? E’ la stessa considerazione che veniva fatta in tempi non sospetti da molti – alcuni dei quali nel o vicini al presente governo – riguardo all’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, “incolpato” di immobilizzare molti per garantire pochi. Cos’è, cambiata la concezione?!?

B) ipotesi più realistica, visti anche gli annunci del premier, si copre questa spesa.
Con un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, il discorso inflazione precedentemente illustrato non cambia: andando a spostare soldi dai risparmi ai redditi disponibili e quindi ai consumi si rischia di generare un aumento dei prezzi. E – presumibilmente vista la fascia di reddito implicata – un aumento in particolare della domanda e quindi dei prezzi di alcuni beni di base. Parlo in particolare dei beni alimentari, finalmente col prezzo in flessione  negli ultimi mesi a beneficio di tutti, con particolare riguardo ai tanti nuovi poveri e ai non garantiti di cui sopra. Un rialzo dei prezzi di questi beni sarebbe devastante in termini di coesione sociale, già duramente provata dalla crisi.
Veniamo poi alla spending review, in italiano tagli o se vogliamo essere buoni revisione della spesa pubblica. Il documento citato ed attualmente disponibile su questa revisione è la cosiddetta Cura Cottarelli. La voce di taglio più generosa che vediamo subito è “Riduzione spese per beni e servizi (incluso sanità)”, guarda il caso poco più dei 10 miliardi che servono per la manovra (che però dovrà essere rifinanziata ogni anno, mentre la “cura” è spalmata su tre anni). Ce ne sono altre il cui succo è sempre lo Stato che si tira indietro lasciando il costo di alcuni servizi sulle spalle dei privati cittadini, ma concentriamoci su questa voce: che me ne faccio degli 80 euro in busta paga se poi per farmi una mezza radiografia ce li rispenderò di ticket? Nulla. Ci stiamo forse soltanto prendere in giro. Un altro punto è poi quello della sostenibilità nel tempo della misura: si parla di una parte di copertura con proventi da privatizzazioni. Rimane l’incognita su come si possa risollevare in maniera continuativa il potere d’acquisto degli italiani. Il ministro Poletti parla di «Scelte fatte nella logica dello sviluppo e della coesione sociale». La coesione sociale potrebbe ulteriormente essere messa a rischio. Lo sviluppo non lo intravedo, perché non vedo niente di sostenibile, nemmeno sull’aumento del potere d’acquisto su cui si basava il “far ripartire l’economia” da cui siamo partiti. Le uniche briciole positive – nella speranza che siano più di briciole – le vedremo forse coi nuovi contratti che il taglio del cuneo fiscale forse porterebbe, anche lì con le stesse domande di sostenibilità fiscale. Winston Churchill diceva che “una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi dal manico”. Parafrasandolo, direi che uno Stato che ti mette i soldi in una mano per riprenderli dalle altre mani ma di tutti (tramite paratributi e tassa inflazione) è come uno che semplicemente ti prende in giro.

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