Archivio mensile:maggio 2014

Chi vince e chi perde – analisi del voto

Cattura

Vince (e parecchio) la paura nei confronti di un boom a 5 stelle. La campagna elettorale è infatti stata poco appassionante a detta praticamente di tutti, nessuno ha brillato. L’unico refrain forte è stato il #vinciamonoi grillino a cui l’Italia ha creduto votando Pd alla grande, visto come l’ultimo baluardo alla avanzata a cinque stelle. Molti il giorno dopo le scorse elezioni dissero che a saperlo che Grillo prendeva quel risultato non lo avrebbero votato, si è avuto a questo giro un effetto di segno opposto, poco prevedibile (bellezza e complessità dei comportamenti di voto). Per quanto Renzi abbia tentato in tv e ai comizi di contenere gli effetti sul governo di una eventuale avanzata grillina, il giochino del timore di quella stessa avanzata ha portato al Pd più di un voto.

Vincono le preferenze, e il radicamento sul territorio. Vince insomma l’unico vero e proprio partito d’Italia: il Pd, che – con un meccanismo di elezione ben diversa dal listino bloccato del Porcellum – riesce con la struttura e la base a guadagnarsi tanti voti spinti dalle preferenze. Sul livello comunale e nella piccola circoscrizione alle regionali basta meno per prendere preferenze. Sulla grande circoscrizione serve una struttura e una grande campagna. E il Partito Democratico si gode l’eredità di unico partito, una struttura solida che con un abile passaparola via sms, telefono, social, email, lettere (così si prendono le preferenze) non prende soltanto i suoi voti di lista, ma sfruttando le candidature e la caccia alle preferenze guadagna diversi voti. Metterei qui dentro un chiaro segnale a Renzi per la legge elettorale: con le preferenze vince chi allarga la rete del partito alle reti sociali esistenti, e chi ha buon radicamento sul territorio.

Vince anche la lista Tsipras che supera il quorum di pochissimo nonostante la sinistra da salotto che compone la lista abbia poche speranze, e senza quel brand non ce l’avrebbe mai fatta. Perché questo Tsipras in fondo un po’ gli tirava a tutti, #diciamocelo.

Perde, inutile dirlo, il Movimento 5 Stelle. Il motivo lo riassumo nei due punti sopra: voce troppo grossa che scuote la base degli attivisti e rinsalda lo zoccolo duro del voto di protesta, ma perde nella parte più morbida del voto di voto di protesta che alle scorse politiche nel dopo elezioni era già poco convinto del proprio voto (questa fetta va un po’ nel Pd e di molto a casa nell’astensionismo), e soprattutto spaventa l’elettore mediano che si rifugia in opzioni più stabili e moderate. L’altro motivo risiede nelle preferenze nella grande circoscrizione: l’uno conta uno (che a volte è sinonimo di “l’uno vale l’altro”) e l’ordine alfabetico funzionano col Porcellum, dove sostanzialmente fa gioco soltanto il voto di lista. Con le preferenze nella grande circoscrizione, queste trainano il risultato complessivo della lista. Le preferenze si prendono andando a caccia con un lavoro a tappeto di ogni candidato, non con l’uno conta uno tanto siamo tutti amici… oppure ci si accontenta del voto di lista (e infatti gli eletti sono stati votati soprattutto per appartenenza e in base all’ordine di lista). Una perdita che se nel relativo sostanzialmente tiene botta perdendo 4 punti percentuali, in assoluto (con il calo dell’affluenza) si trasforma in una perdita da tre milioni di voti. Mica noccioline..

Perde Scelta Civica, ma questo si sapeva già e non c’è niente da aggiungere. Dico solo per gli amici che vi si erano gettati con passione alle ultime politiche, che un progetto elettorale deve saper guardare avanti agli anni e non soltanto alle prossime elezioni (in quel caso, le politiche): un barcone elettorale non è un progetto, ed è destinato come tutti i barconi affollati a naufragare. Sic.

 Perdono i sondaggisti, che ancora non sono minimamente in grado di valutare bene il fenomeno 5 stelle: alle scorse sottovalutato, a queste sopravvalutato con un errore a volte superiore al 10%. Servono meno statistici e più analisti politici per interpretare e correggere i risultati dei sondaggi traendone qualcosa di realistico. Perché l’elettore spesso decide in cabina, e a volte mente. Come correggere l’effetto distorsivo queste risposte? Basta ometterle? Sono domande in corso da anni, almeno da quel “Dewey defeats Truman” del 1948 con cui gli istituti americani di sondaggi avevano dato un vantaggio a doppia cifra per Dewey costringendo i giornali a stampare milioni di copie che titolavano con la sconfitta di Truman, che però alla mattina del voto risultò vincitore. Esultò con una copia del Chicago Daily Tribune in mano che annunciava la sua sconfitta. Certo è che il comportamento di voto lo devo un po’ sondare un po’ interpretare, non basta omettere i risultati sospetti: vanno interpretati perché poi saranno quelli che falseranno il risultato. E chi interpreta meglio vince  la sfida. Altrimenti, adottando tutti gli stessi criteri, si danno tutti più o meno gli stessi risultati.

Perdiamo tutti, perché sa di poco esultare per il trionfo del proprio partito o per il tonfo di quello avversario quando ha votato meno del 60% degli aventi diritto.

 

Vince in sintesi il Pd con un mix di effetto timore di un boom dei cinque stelle, effetto trascinamento dovuto dalla campagna sulle preferenze (in cui i candidati democratici non hanno avuto sostanzialmente rivali prendendo un terreno – quello delle conoscenze estese e delle reti sociali – che sul voto di lista standard si muove solo su appartenenze e programmi) e in parte ci metto anche l’effetto Renzi. Non so bene come valutare questa parte: se in uno scenario come quello delle politiche scorse – in seguito alle primarie – sarebbe stato certo dirompente e determinante, a questo giro mi è sembrato sottotono in campagna elettorale e meno trainatore di quanto sia sempre stato (complice certamente il ruolo di governo che impegna e lega anche durante le campagne). Lo inserisco nell’analisi come effetto secondario ma presente, anche se in misura minore a quanto mi sarei aspettato prima dell’inizio della corsa alle elezioni.

Ciò che invece proprio non mi aspettavo è il risultato del Pd: superato il 40%. Anche al netto dell’affluenza bassa, un risultato strepitoso. Ancora i 12 milioni di elettori Pd di Veltroni nel 2008 non sono tornati tutti “a casa”, ma ci si avvicina in maniera imprevedibile.  Certamente ci sono tanti fattori nel mezzo: quelli descritti prima, un po’ di crisi dei 5 stelle, la necrosi di Berlusconi, la scomparsa di Scelta Civica. Ma vanno qui riconosciuti gli onori di un lavoro di lungo respiro al Pd di Matteo Renzi. Non ho condiviso la sua battaglia e non condivido la natura del Partito Democratico, ma mi sembra chiaro che un iscritto Pd – di qualsivoglia corrente – oggi tiene finalmente la testa alta ed è ripagato del lavoro di anni. Trova insomma una risposta a quei “chi me lo fa fare?” che da anni si pone senza troppa risposta. E probabilmente gioverà anche ai candidati alle amministrative e alle regionali, che beneficeranno presumibilmente in maniera positiva dell’effetto Europee. Ho potuto seguire da molto vicino l’avanzata di Matteo Renzi: l’ho sempre ritenuto un fenomeno pur non condividendo quasi niente del suo modo di fare politica, e in tanti momenti ho pensato pure che avesse un culo sfacciato. Ha avuto tanti kairos, momenti unici: da sindaco di Firenze, la situazione politica (Berlusconi imbattibile davanti a una dirigenza Pd impallinata) era ideale per lanciare i suoi attacchi. Perdere alle primarie contro Bersani è stato un dono del cielo: l’esplosione a 5 stelle sarebbe forse stata lievemente più contenuta ma ci sarebbe stata, da candidato premier o vinceva o sarebbe scomparso. Si presenta così al suo primo voto da segretario Pd e premier con Berlusconi sconfitto dai tempi e disconosciuto anche dai suoi e i 5 stelle più deboli (ma ancora più imprevedibili) che alle politiche. Scavando più indietro c’è tutta una lunga serie di momenti in cui ho pensato “che culo!”.

 

Ma la realtà è che non credo alla fortuna e nemmeno al caso: e allora onore al merito di Matteo Renzi e della sua squadra che hanno saputo leggere ogni momento traendone la miglior azione politica che potevano immaginare, tracciando una strada che li ha portati da Rignano sull’Arno a Firenze, da Firenze a Roma, ed oggi fino a Bruxelles.

 

Un sabato di coppa, un sabato italiano

“Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade”

Sui fatti di sabato scorso legati alla finale di Coppa Italia avevo deciso di tacere: mi sembrava assurdo che si desse tanta importanza a una notizia così irrilevante, mentre fuori dallo Stivale qualcosa di importante stava accadendo e non se ne dava spazio da nessuna parte. Non volevo insomma aggiungere commenti al commentificio che la nostra comunicazione è diventata, o forse è sempre stata ma almeno nei bar e nelle piazze e non sui social network. Nei bar almeno non c’era bisogno di fare la corsa al tweet sul momento o all’elogio del morto del giorno anche se non si sapeva chi fosse, su Twitter “tutti ti amano quando sei due metri sotto terra” (John Lennon). Quando poi forse sotto ci sono presenze camorristiche, bisogna ricordare che dargli importanza è celebrarli, e spesso loro vivono di questo. Indegno – a parer mio – il ruolo che si è dato a un tifoso con una maglia celebrante un assassino per coordinarsi con le tifoserie, ancora più indegna l’abbondanza di cronaca che finirà nel dimenticatoio, come quel fenomeno serbo di cui nessuno ricorda più il nome. A questo aggiungo soltanto l’assurdità che – per motivi magari non legati alla partita ma al calcio e alle tifoserie sì – siano stati sparati dei colpi di pistola nel chissenefrega generale. Perché il punto centrale alla fine era capire se quegli spari c’entrassero o no con la partita, e non la gravità del fatto che insomma, si spara a dei tifosi. Questo lo dico ascoltando i commenti di alcuni tifosi per cui il fatto è andato immediatamente in secondo piano rispetto ai commenti ai se e ai ma. Per quanto riguarda la gestione della partita da parte delle autorità, è pratica assai diffusa (vedi Heysel) che anche in situazioni di grave disordine pubblico si faccia giocare e si speri (o si faccia in modo) che la partita finisca presto, per offrire una liberazione collettiva agli scalmanati presenti, che in caso di rinvio della partita avrebbero probabilmente messo a ferro e fuoco Roma generando problemi ben peggiori. Capisco quindi la decisione di giocare, ma non il chissenefrega generale. Se il mondo del calcio ha a che vedere con rese dei conti che implicano spari in mezzo alla folla, vuol dire che è un mondo che ha dentro un grande marcio e che non si dovrebbe giocare nessuna finale. Dopo la morte dell’ispettore Raciti, si perse un’occasione per dare un segnale di buonsenso (alla luce del fatto che il calcio è uno sport, un gioco!), e peggio ancora un grave gesto di ipocrisia si consumò nel nostro paese con la sospensione del campionato per una settimana. Quel campionato, quel giorno, doveva finire lì. Credo che tanti tifosi avrebbero capito e sarebbero stati d’accordo. Le società meno: soldi, milioni in ballo tra stadi, merchandising, schedine e diritti TV. The show must go on, seppellito il morto e piante un po’ di lacrime di coccodrillo ricomincia la vita. In Uruguay, in questi giorni, per l’eccessiva violenza negli stadi il Presidente Pepe Mujica ha preso la decisione di ritirare gli agenti di sicurezza causando l’interruzione del campionato. Un gesto di buonsenso non solo per lanciare un messaggio contro questo fenomeno di inciviltà, ma anche per sottolineare un punto che in un paese come il nostro dove i soldi nel calcio girano e fioccano è bene evidenziare: la polizia deve stare per le strade e a disposizione dei cittadini, la sicurezza negli stadi dovrebbe essere garantita e pagata con una vigilanza privata dalle miliardarie società, e se non la possono garantire la partita non si gioca. Se poi ogni maledetta domenica siamo potenzialmente ostaggio di un gruppo di scalmanati che “o così o spacchiamo tutto”, abbiamo proprio perso la bussola. Ma torniamo a questo articolo: non volevo scrivere niente, finché un amico tifoso – presente allo stadio sabato – non mi ha chiesto di scrivere qualcosa offrendomi questa testimonianza che trovate qui sotto.  La pubblico volentieri perché è sempre bene capire le ragioni e anche la frustrazione degli altri in determinati contesti.  Sotto metto invece uno scritto di una studentessa universitaria di Firenze, che mi sento di condividere in pieno: una sorta di appello al bel calcio che è prima di tutto un gioco, una passione, un divertimento. Non una guerra. Con queste due voci dico tutto quello che non ho detto, sperando che tutto ciò abbia un’utilità o almeno un senso.

“Non voglio parlare del gesto più eclatante, cioè del Signor Carogna, perché ne stanno parlando tutti e bene o male sappiamo tutto. Sono tre le vergogne di sabato scorso. 1) il comportamento dei tifosi della curva nord del Napoli che prima dell’inizio della partita hanno lanciato 20 (e dico venti, non un numero così a caso) bombe carta verso questore, prefetto e centinaia di vigili del fuoco che stavano cercando un accordo, ferendone un paio. In un paese normale la partita finisce prima di iniziare, 0-3 a tavolino e tutti a casa….e non lo dico certo per dare la coppa alla fiore. Meglio sorvolare sul loro ridicolo lutto per l’incidente fuori dello stadio finito guarda caso proprio durante il terzo gol. 2) la “sicurezza” messa in atto dalla città di Roma in occasione della finale, complimentoni per aver controllato minuziosamente zaini e borse a famiglie e bambini. Ciliegina sulla torta il NIENTE fatto a fine partita davanti all’invasione di campo dei napoletani con almeno un centinaio di questi diretti contro la curva della viola per indirizzare versi di dubbio gusto. Per fortuna nessuno aveva bombe come l’altra curva, perché ci poteva scappare una tragedia. Per fortuna anche che c’era lo speaker che con il suo “fratelli napoletani jamm ja festeggiamo la coppa che ci siamo meritati e che tutti i nostri tifosi si meritano”. Una delicatezza. 3) mio malgrado la terza vergogna sono i “capi” (già il fatto che esista questa categoria fa riflettere) della curva viola che sono scesi a patti con i capiultrà avversari buttando via 10mila euro di coreografia e provando a imporre il silenzio a tutta la curva sud ignorando che la gente assente da 13 anni da una finale dopo aver pagato 100 euro in media avrebbe anche il diritto di tifare la squadra del cuore. Faccio parte di una parte della curva viola di ieri sera, la parte più numerosa ma meno rumorosa, quella che non ha fischiato l’inno, quella che ha incitato nonostante i richiami e quella che ha vissuto un incubo. Un incubo che fino alle 20.50 era un meraviglioso sogno e, per chi ama la Fiorentina come me, un incubo che rischia di non farci sognare più.” (Francesco, 25 anni, tifoso viola)

Capisco il dispiacere, doppiamente se si è appassionati di calcio, e anche io lo sono. Ma ci sono delle questioni che vengono prima. Non finisce 0-3 a tavolino e non può finire così perché è una finale e dentro lo stadio ci sono 70mila persone in un contesto di grave rischio. La partita purtroppo va giocata cercando di mantenere gli animi sotto controllo. Questo ha a che vedere anche con il tifo sottotono (anche se non è obbligatorio non incitare e se sì, un tifoso ha diritto di tifare), mentre sui 10mila euro di coreografia non mi pronuncio perché sono un’offesa alla povera gente. Poi ci lamentiamo dei troppi soldi nel calcio quando per una partita si smuove un giro di soldi di portata (tra biglietti, trasporti alloggi e spese delle tifoserie) milionaria.  Riguardo alle esultanze e agli sfottò avversari a fine partita, credo siano normali tra ultras (anche se dopo una serata del genere possono contribuire alla frustrazione), e rimando a quanto scrive qui sotto Valentina, 23 anni.

“Non seguo il calcio e credo che la Fiorentina sia l’unica cosa di Firenze che non amo.
Ho però l’opportunità di osservare numerosi commenti su Facebook di vari esemplari di tifosi o meno ogni volta che c’è una partita.
Oggi, vista l’importanza della giornata, già dalla mattina tutti si sono prodigati a sostenere la loro squadra del cuore, a fare cronache minuto per minuto della trasferta e, immancabilmente, a sperare che il caro vecchio Vesuvio faccia il bis di quanto già successo secoli fa a Pompei.
Non voglio commentare i disordini prima della partita, i feriti, accordi con gli ultras, bombe carta, fischi, scritte su magliette inneggianti ad assassini. Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade.
Vorrei solo dire ai miei amici fiorentini, juventini, napoletani, marziani, tifosi, simpatizzanti o ultras, quello che già da tempo penso: avete il calcio che vi meritate. Leggete quello che scrivete prima durante e dopo le partite. Sono sempre offese (più o meno forti) alla squadra e alla città avversaria, lamentele continue perchè gli arbitri rubano, le squadre rubano, i rigori si regalano, i fuorigioco non si vedono. Amore folle per la squadra che vince, per il giocatore che segna e, la settimana dopo, sdegno per la perdita, offese (spesso razziste) ai giocatori che sbagliano. Non vi arrabbiate con quei “pochi” che fanno chiudere le curve, perchè la loro violenza fisica ha come controparte la vostra verbale.
Non amo lo sport, ma mi piace giocare. E lo sport, di base, è un gioco. E nei giochi ci sono delle regole, che vanno rispettate, ma soprattutto un avversario che va rispettato. Nei giochi si vince e si perde, perchè qualcuno è più bravo di me o perchè siamo stati sfortunati. Esiste anche quella. Ma soprtattutto mi hanno insegnato che quando amo qualcosa, quando tengo a qualcosa, la sostengo quando le cose filano lisce, quando ti regala soddisfazioni, ma anche quando la barca sta affondando… e non la abbandono, non scarico le colpe sul comandante. Che per dimostrare il mio attaccamento a qualcosa non devo necessariamente denigrare ciò che è diverso, non serve affatto a dimostrare un amore maggiore.
Quindi, miei cari insultatori e lamentatori da social network, tenetevi il calcio che alimentate.
E domani, se è tempo bello, andate voi a fare una partita a calcio e cercate di riscattare uno sport che potrebbe insegnare molto a tutti”.