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Chi vince e chi perde – analisi del voto

Cattura

Vince (e parecchio) la paura nei confronti di un boom a 5 stelle. La campagna elettorale è infatti stata poco appassionante a detta praticamente di tutti, nessuno ha brillato. L’unico refrain forte è stato il #vinciamonoi grillino a cui l’Italia ha creduto votando Pd alla grande, visto come l’ultimo baluardo alla avanzata a cinque stelle. Molti il giorno dopo le scorse elezioni dissero che a saperlo che Grillo prendeva quel risultato non lo avrebbero votato, si è avuto a questo giro un effetto di segno opposto, poco prevedibile (bellezza e complessità dei comportamenti di voto). Per quanto Renzi abbia tentato in tv e ai comizi di contenere gli effetti sul governo di una eventuale avanzata grillina, il giochino del timore di quella stessa avanzata ha portato al Pd più di un voto.

Vincono le preferenze, e il radicamento sul territorio. Vince insomma l’unico vero e proprio partito d’Italia: il Pd, che – con un meccanismo di elezione ben diversa dal listino bloccato del Porcellum – riesce con la struttura e la base a guadagnarsi tanti voti spinti dalle preferenze. Sul livello comunale e nella piccola circoscrizione alle regionali basta meno per prendere preferenze. Sulla grande circoscrizione serve una struttura e una grande campagna. E il Partito Democratico si gode l’eredità di unico partito, una struttura solida che con un abile passaparola via sms, telefono, social, email, lettere (così si prendono le preferenze) non prende soltanto i suoi voti di lista, ma sfruttando le candidature e la caccia alle preferenze guadagna diversi voti. Metterei qui dentro un chiaro segnale a Renzi per la legge elettorale: con le preferenze vince chi allarga la rete del partito alle reti sociali esistenti, e chi ha buon radicamento sul territorio.

Vince anche la lista Tsipras che supera il quorum di pochissimo nonostante la sinistra da salotto che compone la lista abbia poche speranze, e senza quel brand non ce l’avrebbe mai fatta. Perché questo Tsipras in fondo un po’ gli tirava a tutti, #diciamocelo.

Perde, inutile dirlo, il Movimento 5 Stelle. Il motivo lo riassumo nei due punti sopra: voce troppo grossa che scuote la base degli attivisti e rinsalda lo zoccolo duro del voto di protesta, ma perde nella parte più morbida del voto di voto di protesta che alle scorse politiche nel dopo elezioni era già poco convinto del proprio voto (questa fetta va un po’ nel Pd e di molto a casa nell’astensionismo), e soprattutto spaventa l’elettore mediano che si rifugia in opzioni più stabili e moderate. L’altro motivo risiede nelle preferenze nella grande circoscrizione: l’uno conta uno (che a volte è sinonimo di “l’uno vale l’altro”) e l’ordine alfabetico funzionano col Porcellum, dove sostanzialmente fa gioco soltanto il voto di lista. Con le preferenze nella grande circoscrizione, queste trainano il risultato complessivo della lista. Le preferenze si prendono andando a caccia con un lavoro a tappeto di ogni candidato, non con l’uno conta uno tanto siamo tutti amici… oppure ci si accontenta del voto di lista (e infatti gli eletti sono stati votati soprattutto per appartenenza e in base all’ordine di lista). Una perdita che se nel relativo sostanzialmente tiene botta perdendo 4 punti percentuali, in assoluto (con il calo dell’affluenza) si trasforma in una perdita da tre milioni di voti. Mica noccioline..

Perde Scelta Civica, ma questo si sapeva già e non c’è niente da aggiungere. Dico solo per gli amici che vi si erano gettati con passione alle ultime politiche, che un progetto elettorale deve saper guardare avanti agli anni e non soltanto alle prossime elezioni (in quel caso, le politiche): un barcone elettorale non è un progetto, ed è destinato come tutti i barconi affollati a naufragare. Sic.

 Perdono i sondaggisti, che ancora non sono minimamente in grado di valutare bene il fenomeno 5 stelle: alle scorse sottovalutato, a queste sopravvalutato con un errore a volte superiore al 10%. Servono meno statistici e più analisti politici per interpretare e correggere i risultati dei sondaggi traendone qualcosa di realistico. Perché l’elettore spesso decide in cabina, e a volte mente. Come correggere l’effetto distorsivo queste risposte? Basta ometterle? Sono domande in corso da anni, almeno da quel “Dewey defeats Truman” del 1948 con cui gli istituti americani di sondaggi avevano dato un vantaggio a doppia cifra per Dewey costringendo i giornali a stampare milioni di copie che titolavano con la sconfitta di Truman, che però alla mattina del voto risultò vincitore. Esultò con una copia del Chicago Daily Tribune in mano che annunciava la sua sconfitta. Certo è che il comportamento di voto lo devo un po’ sondare un po’ interpretare, non basta omettere i risultati sospetti: vanno interpretati perché poi saranno quelli che falseranno il risultato. E chi interpreta meglio vince  la sfida. Altrimenti, adottando tutti gli stessi criteri, si danno tutti più o meno gli stessi risultati.

Perdiamo tutti, perché sa di poco esultare per il trionfo del proprio partito o per il tonfo di quello avversario quando ha votato meno del 60% degli aventi diritto.

 

Vince in sintesi il Pd con un mix di effetto timore di un boom dei cinque stelle, effetto trascinamento dovuto dalla campagna sulle preferenze (in cui i candidati democratici non hanno avuto sostanzialmente rivali prendendo un terreno – quello delle conoscenze estese e delle reti sociali – che sul voto di lista standard si muove solo su appartenenze e programmi) e in parte ci metto anche l’effetto Renzi. Non so bene come valutare questa parte: se in uno scenario come quello delle politiche scorse – in seguito alle primarie – sarebbe stato certo dirompente e determinante, a questo giro mi è sembrato sottotono in campagna elettorale e meno trainatore di quanto sia sempre stato (complice certamente il ruolo di governo che impegna e lega anche durante le campagne). Lo inserisco nell’analisi come effetto secondario ma presente, anche se in misura minore a quanto mi sarei aspettato prima dell’inizio della corsa alle elezioni.

Ciò che invece proprio non mi aspettavo è il risultato del Pd: superato il 40%. Anche al netto dell’affluenza bassa, un risultato strepitoso. Ancora i 12 milioni di elettori Pd di Veltroni nel 2008 non sono tornati tutti “a casa”, ma ci si avvicina in maniera imprevedibile.  Certamente ci sono tanti fattori nel mezzo: quelli descritti prima, un po’ di crisi dei 5 stelle, la necrosi di Berlusconi, la scomparsa di Scelta Civica. Ma vanno qui riconosciuti gli onori di un lavoro di lungo respiro al Pd di Matteo Renzi. Non ho condiviso la sua battaglia e non condivido la natura del Partito Democratico, ma mi sembra chiaro che un iscritto Pd – di qualsivoglia corrente – oggi tiene finalmente la testa alta ed è ripagato del lavoro di anni. Trova insomma una risposta a quei “chi me lo fa fare?” che da anni si pone senza troppa risposta. E probabilmente gioverà anche ai candidati alle amministrative e alle regionali, che beneficeranno presumibilmente in maniera positiva dell’effetto Europee. Ho potuto seguire da molto vicino l’avanzata di Matteo Renzi: l’ho sempre ritenuto un fenomeno pur non condividendo quasi niente del suo modo di fare politica, e in tanti momenti ho pensato pure che avesse un culo sfacciato. Ha avuto tanti kairos, momenti unici: da sindaco di Firenze, la situazione politica (Berlusconi imbattibile davanti a una dirigenza Pd impallinata) era ideale per lanciare i suoi attacchi. Perdere alle primarie contro Bersani è stato un dono del cielo: l’esplosione a 5 stelle sarebbe forse stata lievemente più contenuta ma ci sarebbe stata, da candidato premier o vinceva o sarebbe scomparso. Si presenta così al suo primo voto da segretario Pd e premier con Berlusconi sconfitto dai tempi e disconosciuto anche dai suoi e i 5 stelle più deboli (ma ancora più imprevedibili) che alle politiche. Scavando più indietro c’è tutta una lunga serie di momenti in cui ho pensato “che culo!”.

 

Ma la realtà è che non credo alla fortuna e nemmeno al caso: e allora onore al merito di Matteo Renzi e della sua squadra che hanno saputo leggere ogni momento traendone la miglior azione politica che potevano immaginare, tracciando una strada che li ha portati da Rignano sull’Arno a Firenze, da Firenze a Roma, ed oggi fino a Bruxelles.

 

Un sabato di coppa, un sabato italiano

“Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade”

Sui fatti di sabato scorso legati alla finale di Coppa Italia avevo deciso di tacere: mi sembrava assurdo che si desse tanta importanza a una notizia così irrilevante, mentre fuori dallo Stivale qualcosa di importante stava accadendo e non se ne dava spazio da nessuna parte. Non volevo insomma aggiungere commenti al commentificio che la nostra comunicazione è diventata, o forse è sempre stata ma almeno nei bar e nelle piazze e non sui social network. Nei bar almeno non c’era bisogno di fare la corsa al tweet sul momento o all’elogio del morto del giorno anche se non si sapeva chi fosse, su Twitter “tutti ti amano quando sei due metri sotto terra” (John Lennon). Quando poi forse sotto ci sono presenze camorristiche, bisogna ricordare che dargli importanza è celebrarli, e spesso loro vivono di questo. Indegno – a parer mio – il ruolo che si è dato a un tifoso con una maglia celebrante un assassino per coordinarsi con le tifoserie, ancora più indegna l’abbondanza di cronaca che finirà nel dimenticatoio, come quel fenomeno serbo di cui nessuno ricorda più il nome. A questo aggiungo soltanto l’assurdità che – per motivi magari non legati alla partita ma al calcio e alle tifoserie sì – siano stati sparati dei colpi di pistola nel chissenefrega generale. Perché il punto centrale alla fine era capire se quegli spari c’entrassero o no con la partita, e non la gravità del fatto che insomma, si spara a dei tifosi. Questo lo dico ascoltando i commenti di alcuni tifosi per cui il fatto è andato immediatamente in secondo piano rispetto ai commenti ai se e ai ma. Per quanto riguarda la gestione della partita da parte delle autorità, è pratica assai diffusa (vedi Heysel) che anche in situazioni di grave disordine pubblico si faccia giocare e si speri (o si faccia in modo) che la partita finisca presto, per offrire una liberazione collettiva agli scalmanati presenti, che in caso di rinvio della partita avrebbero probabilmente messo a ferro e fuoco Roma generando problemi ben peggiori. Capisco quindi la decisione di giocare, ma non il chissenefrega generale. Se il mondo del calcio ha a che vedere con rese dei conti che implicano spari in mezzo alla folla, vuol dire che è un mondo che ha dentro un grande marcio e che non si dovrebbe giocare nessuna finale. Dopo la morte dell’ispettore Raciti, si perse un’occasione per dare un segnale di buonsenso (alla luce del fatto che il calcio è uno sport, un gioco!), e peggio ancora un grave gesto di ipocrisia si consumò nel nostro paese con la sospensione del campionato per una settimana. Quel campionato, quel giorno, doveva finire lì. Credo che tanti tifosi avrebbero capito e sarebbero stati d’accordo. Le società meno: soldi, milioni in ballo tra stadi, merchandising, schedine e diritti TV. The show must go on, seppellito il morto e piante un po’ di lacrime di coccodrillo ricomincia la vita. In Uruguay, in questi giorni, per l’eccessiva violenza negli stadi il Presidente Pepe Mujica ha preso la decisione di ritirare gli agenti di sicurezza causando l’interruzione del campionato. Un gesto di buonsenso non solo per lanciare un messaggio contro questo fenomeno di inciviltà, ma anche per sottolineare un punto che in un paese come il nostro dove i soldi nel calcio girano e fioccano è bene evidenziare: la polizia deve stare per le strade e a disposizione dei cittadini, la sicurezza negli stadi dovrebbe essere garantita e pagata con una vigilanza privata dalle miliardarie società, e se non la possono garantire la partita non si gioca. Se poi ogni maledetta domenica siamo potenzialmente ostaggio di un gruppo di scalmanati che “o così o spacchiamo tutto”, abbiamo proprio perso la bussola. Ma torniamo a questo articolo: non volevo scrivere niente, finché un amico tifoso – presente allo stadio sabato – non mi ha chiesto di scrivere qualcosa offrendomi questa testimonianza che trovate qui sotto.  La pubblico volentieri perché è sempre bene capire le ragioni e anche la frustrazione degli altri in determinati contesti.  Sotto metto invece uno scritto di una studentessa universitaria di Firenze, che mi sento di condividere in pieno: una sorta di appello al bel calcio che è prima di tutto un gioco, una passione, un divertimento. Non una guerra. Con queste due voci dico tutto quello che non ho detto, sperando che tutto ciò abbia un’utilità o almeno un senso.

“Non voglio parlare del gesto più eclatante, cioè del Signor Carogna, perché ne stanno parlando tutti e bene o male sappiamo tutto. Sono tre le vergogne di sabato scorso. 1) il comportamento dei tifosi della curva nord del Napoli che prima dell’inizio della partita hanno lanciato 20 (e dico venti, non un numero così a caso) bombe carta verso questore, prefetto e centinaia di vigili del fuoco che stavano cercando un accordo, ferendone un paio. In un paese normale la partita finisce prima di iniziare, 0-3 a tavolino e tutti a casa….e non lo dico certo per dare la coppa alla fiore. Meglio sorvolare sul loro ridicolo lutto per l’incidente fuori dello stadio finito guarda caso proprio durante il terzo gol. 2) la “sicurezza” messa in atto dalla città di Roma in occasione della finale, complimentoni per aver controllato minuziosamente zaini e borse a famiglie e bambini. Ciliegina sulla torta il NIENTE fatto a fine partita davanti all’invasione di campo dei napoletani con almeno un centinaio di questi diretti contro la curva della viola per indirizzare versi di dubbio gusto. Per fortuna nessuno aveva bombe come l’altra curva, perché ci poteva scappare una tragedia. Per fortuna anche che c’era lo speaker che con il suo “fratelli napoletani jamm ja festeggiamo la coppa che ci siamo meritati e che tutti i nostri tifosi si meritano”. Una delicatezza. 3) mio malgrado la terza vergogna sono i “capi” (già il fatto che esista questa categoria fa riflettere) della curva viola che sono scesi a patti con i capiultrà avversari buttando via 10mila euro di coreografia e provando a imporre il silenzio a tutta la curva sud ignorando che la gente assente da 13 anni da una finale dopo aver pagato 100 euro in media avrebbe anche il diritto di tifare la squadra del cuore. Faccio parte di una parte della curva viola di ieri sera, la parte più numerosa ma meno rumorosa, quella che non ha fischiato l’inno, quella che ha incitato nonostante i richiami e quella che ha vissuto un incubo. Un incubo che fino alle 20.50 era un meraviglioso sogno e, per chi ama la Fiorentina come me, un incubo che rischia di non farci sognare più.” (Francesco, 25 anni, tifoso viola)

Capisco il dispiacere, doppiamente se si è appassionati di calcio, e anche io lo sono. Ma ci sono delle questioni che vengono prima. Non finisce 0-3 a tavolino e non può finire così perché è una finale e dentro lo stadio ci sono 70mila persone in un contesto di grave rischio. La partita purtroppo va giocata cercando di mantenere gli animi sotto controllo. Questo ha a che vedere anche con il tifo sottotono (anche se non è obbligatorio non incitare e se sì, un tifoso ha diritto di tifare), mentre sui 10mila euro di coreografia non mi pronuncio perché sono un’offesa alla povera gente. Poi ci lamentiamo dei troppi soldi nel calcio quando per una partita si smuove un giro di soldi di portata (tra biglietti, trasporti alloggi e spese delle tifoserie) milionaria.  Riguardo alle esultanze e agli sfottò avversari a fine partita, credo siano normali tra ultras (anche se dopo una serata del genere possono contribuire alla frustrazione), e rimando a quanto scrive qui sotto Valentina, 23 anni.

“Non seguo il calcio e credo che la Fiorentina sia l’unica cosa di Firenze che non amo.
Ho però l’opportunità di osservare numerosi commenti su Facebook di vari esemplari di tifosi o meno ogni volta che c’è una partita.
Oggi, vista l’importanza della giornata, già dalla mattina tutti si sono prodigati a sostenere la loro squadra del cuore, a fare cronache minuto per minuto della trasferta e, immancabilmente, a sperare che il caro vecchio Vesuvio faccia il bis di quanto già successo secoli fa a Pompei.
Non voglio commentare i disordini prima della partita, i feriti, accordi con gli ultras, bombe carta, fischi, scritte su magliette inneggianti ad assassini. Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade.
Vorrei solo dire ai miei amici fiorentini, juventini, napoletani, marziani, tifosi, simpatizzanti o ultras, quello che già da tempo penso: avete il calcio che vi meritate. Leggete quello che scrivete prima durante e dopo le partite. Sono sempre offese (più o meno forti) alla squadra e alla città avversaria, lamentele continue perchè gli arbitri rubano, le squadre rubano, i rigori si regalano, i fuorigioco non si vedono. Amore folle per la squadra che vince, per il giocatore che segna e, la settimana dopo, sdegno per la perdita, offese (spesso razziste) ai giocatori che sbagliano. Non vi arrabbiate con quei “pochi” che fanno chiudere le curve, perchè la loro violenza fisica ha come controparte la vostra verbale.
Non amo lo sport, ma mi piace giocare. E lo sport, di base, è un gioco. E nei giochi ci sono delle regole, che vanno rispettate, ma soprattutto un avversario che va rispettato. Nei giochi si vince e si perde, perchè qualcuno è più bravo di me o perchè siamo stati sfortunati. Esiste anche quella. Ma soprtattutto mi hanno insegnato che quando amo qualcosa, quando tengo a qualcosa, la sostengo quando le cose filano lisce, quando ti regala soddisfazioni, ma anche quando la barca sta affondando… e non la abbandono, non scarico le colpe sul comandante. Che per dimostrare il mio attaccamento a qualcosa non devo necessariamente denigrare ciò che è diverso, non serve affatto a dimostrare un amore maggiore.
Quindi, miei cari insultatori e lamentatori da social network, tenetevi il calcio che alimentate.
E domani, se è tempo bello, andate voi a fare una partita a calcio e cercate di riscattare uno sport che potrebbe insegnare molto a tutti”.

Premio #Tuttifenomeni – 2

Il Premio #Tuttifenomeni è ialfred-nobell Nobel della bomberaggine. Viene assegnato periodicamente a chi giunge agli allori della cronaca locale, nazionale o internazionale per fatti, scelte,performance da alto bomber.

Hai vinto le Paralimpiadi schierando giocatori sani? Hai fatto un blitz animalista liberando cavie OGM che per colpa tua devono essere soppresse altrimenti sconvolgeranno l’ecosistema globale? Ci stai provando da mesi via chat con una misteriosa ragazza ma poi è  tua sorella?
Certamente avrai un premio #Tuttifenomeni.

L’ambitissima seconda edizione del Premio #Tuttifenomeni va questa settimana a…

Magdi Cristiano Allam.

No, non si tratta del vostro kebabbaro di fiducia, ma del fenomeno in prestito dalla squadra del Cairo direttamente alla nostra nazionale dei fratelli d’Italia. Dopo essere passato alla storia per la conversione dall’Islam al cattolicesimo con tanto di battesimo papale, l’uomo paradosso se ne va dalla Chiesa perché troppo morbida con l’Islam (nessuno gli spiega la differenza tra una religione e un partito?) e per l’eccessivo attaccamento al papa (nessuno gli ricorda che il capo della Chiesa è il Papa da cui tra l’altro si è anche fatto battezzare cristiano?!?). Ma non finisce qui. Lo smemorato scugnizzo del Cairo (che ancora cita il Papa nei suoi interventi, non si capisce come mai visto che è uno dei motivi della sua riconversione al niente assoluto) opera adesso una svolta patriottica, non egiziana ma tutta made in Italy. Pubblica infatti prima una vignetta con una bambina immigrata di nome Ebola, poi si schiera – come da manifesto – alle Europee in nome della ribellione degli Italiani veri che non ci stanno a farsi sottomettere dagli immigrati. Momento momento momento.. ma non eri immigrato pure tu? Ai tanti che gli fanno notare l’inghippo il ridente figuro risponde su Facebook:
“Gli immigrazionisti, quelli che considerano gli immigrati buoni a prescindere e sono favorevoli a farci invadere dagli immigrati, mi condannano di razzismo perché secondo loro non potrei dire PRIMA GLI ITALIANI essendo nato al Cairo. Oltre al fatto che frequento le scuole italiane dall’età di 4 anni e che sono in Italia da 42 anni, mentre io faccio un discorso basato sulla salvaguardia del diritto incontestabile degli italiani a poter beneficiare in via prioritaria delle risorse di cui loro sono i legittimi proprietari in Italia che è la loro casa comune, ed è quindi un discorso di natura giuridica, gli immigrazionisti mi condannano sulla base di un discorso razziale: se sei nato al Cairo non puoi essere italiano. Io replico loro: SONO ORGOGLIOSAMENTE ITALIANO! E domando a tutti voi: CHI È IL RAZZISTA?”

…….Amoroso, io non sono immigrazionista o roba del genere, né odio quelli che nascono al Cairo. Ti faccio soltanto notare che se in passato fossimo stati poco tolleranti come tu vorresti fossimo con gli immigrati, saresti ancora al Cairo a sentirti orgogliosamente italiano da laggiù.

(Per gli appassionati, qui sotto un paio di immagini dalla pagina Facebook del beniamino del cazzafaresimo. Votatelo mi raccomando…)

con questa vignetta di uovaccia nere che invadono i poveri ovetti bianchi parte anche la campagna “Uno specchio per Magdi”. Forse porterà i suoi frutti fargli scoprire che proprio bianco bianco bianco svedese non è che sia, forse un tocco mediterraneo da qualche trisnonno lontano lo ha avuto. O forse è solo sporco?

(NB: Il #Tuttifenomeni non è un premio riservato a politici, non ci sono quote di genere, ma spesso se lo riescono a meritare. E in tempi di elezioni stupiscono sempre)

 

Premio #Tuttifenomeni

Il Premio #Tuttifenomeni è ialfred-nobell Nobel della bomberaggine. Viene assegnato periodicamente a chi giunge agli allori della cronaca locale, nazionale o internazionale per fatti, scelte,performance da alto bomber.

Hai vinto le Paralimpiadi schierando giocatori sani? Hai fatto un blitz animalista liberando cavie OGM che per colpa tua devono essere soppresse altrimenti sconvolgeranno l’ecosistema globale? Ci stai provando da mesi via chat con una misteriosa ragazza ma poi è  tua sorella?
Certamente avrai un premio #Tuttifenomeni.

Il Premio #Tuttifenomeni di questa settimana che peraltro è anche santa va a…

(suspance)

Claudio Bucci. Chi è questo rag1982102_809791062383985_5196537105327115864_nazzone dalla azzurra camicia?
Non credo ci sia bisogno di tante spiegazioni. L’amico si è candidato nel 2005 con Forza Italia, nel 2010 con l’Italia dei Valori, nel 2013 con i socialisti.
Adesso tenta la scalata all’Europarlamento con il Pd di Renzi, in nome della rottamazione delle appartenenze politiche. Ma soprattutto nel segno dell’amore. E ha bisogno anche di te. Parte infatti insieme alla sua campagna elettorale un doppio contest: “Regala una camicia a Bucci” e “un manifesto per Claudione”, aperto a giovani sarte, designers, grafici e selfiedipendenti.

Dammi 80 euro in busta paga e ti risollevo l’economia

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Non mi getto nelle motivazioni ed implicazioni politiche dei famosi 80 euro in busta paga che da maggio arriveranno ai lavoratori dipendenti con reddito sotto i 1500 euro mensili (stimati in 10 milioni). Per quanto riguarda l’attuale governo, da poco insediato, spero faccia il meglio. Come speravo anche per quello prima e per quello precedente e andando a ritroso, a volte contro ogni speranza. Però in una analisi degli effetti mi ci getto. Perché oltre all’esultanza di chi questi soldi li riceverà, se ancora siamo un Paese ed una comunità gli effetti vanno valutati nel generale. Parto da una affermazione che spesso abbiamo sentito, in qualche bar o strada d’Italia, in questi giorni:
Almeno con questi 80 euro in busta paga si risolleva un po’ l’economia”.

Sostanzialmente, chi dice così pensa al semplice fatto che aumentando i soldi “nelle tasche degli italiani” – come si usa dire – aumenteranno i consumi. La prima domanda che mi pongo è riguardo alla grande quantità di consumi di beni importati dall’estero: un aumento di questi consumi, se guardata a livello macro, sarebbe come se lo Stato usasse una parte dei 10 miliardi di spesa stimati per questa manovra per comprare dei beni dall’estero. Insomma l’aumento dei consumi potrebbe non andare a totale beneficio delle aziende italiane, che ne sarebbero positivamente colpite solo in parte mentre l’altra fetta se ne andrebbe fuori dal terreno del made in Italy, e – intermediari a parte – fuori dall’Italia. Poi parte la domanda che in molte piazze e file alle poste d’Italia in tanti si pongono:
“Ok ma… con che soldi?”

La domanda non è stupida: le idee chiare non sembrano averle neppure i membri del governo. Si è ventilato inizialmente di bonus, poi di detrazione Irpef, pagata con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, così come proposto da Delrio. Poi si è parlato della possibilità di una riorganizzazione della spesa pubblica, nella lingua corrente tagli, con la cosiddetta “cura Cottarelli”, che permetterebbe di finanziare questa ed altre manovre. Poi si è tratteggiata la possibilità, nella stessa conferenza stampa che ha mostrato un po’ di idee confuse, di coprire parte o della spesa in questione con la diminuzione dello spread e quindi degli interessi sul debito. Quest’ultima, un’opzione poco stabile e soprattutto fantasiosa: per quanto il tasso di interesse sia più basso del previsto, è pur sempre un tasso d’interesse da ripagare. Dire che abbiamo soldi in più da spendere perché (si spera) pagheremo meno in interessi di quanto ((forse) ne avremmo dovuti pagare è pura fantascienza. In questo modo si rimanda al futuro la spesa del presente,ancora una volta.
Io mi immagino due scenari con relative conseguenze:

A) ipotesi irrealistica, non si copre la spesa per la manovra in questione, aumentando lo stock del debito anche sfruttando i tassi d’interesse più bassi attualmente offerti.
Lasciando perdere i discorsi sulla opportunità o meno di aumentare il debito (per molti economisti è infatti una operazione fattibilissima, seguendo la scia di Usa e Giappone, mentre per altri è una mezza bestemmia), in questo caso l’aumento in busta paga corrisponderebbe a un aumento della moneta circolante. La crescita dei consumi sarebbe allora accompagnata dalla crescita dell’inflazione. Questo significherebbe che se per una parte della popolazione il potere d’acquisto aumenta per tutti gli altri diminuisce bruscamente. La questione ci porta a un doppio problema: da un lato la non sostenibilità con questa manovra del sostegno al potere d’acquisto, dall’altra – più urgente – le problematiche che questo porterebbe per tutti coloro che non beneficiano di questo aumento, in primis pensionati e disoccupati. Si ritorna sempre lì, ai non garantiti: se per dare di più a chi già una garanzia minima (un lavoro in questo caso) ce l’ha allora devo danneggiare tutti i non garantiti, cui prodest? E’ la stessa considerazione che veniva fatta in tempi non sospetti da molti – alcuni dei quali nel o vicini al presente governo – riguardo all’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, “incolpato” di immobilizzare molti per garantire pochi. Cos’è, cambiata la concezione?!?

B) ipotesi più realistica, visti anche gli annunci del premier, si copre questa spesa.
Con un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, il discorso inflazione precedentemente illustrato non cambia: andando a spostare soldi dai risparmi ai redditi disponibili e quindi ai consumi si rischia di generare un aumento dei prezzi. E – presumibilmente vista la fascia di reddito implicata – un aumento in particolare della domanda e quindi dei prezzi di alcuni beni di base. Parlo in particolare dei beni alimentari, finalmente col prezzo in flessione  negli ultimi mesi a beneficio di tutti, con particolare riguardo ai tanti nuovi poveri e ai non garantiti di cui sopra. Un rialzo dei prezzi di questi beni sarebbe devastante in termini di coesione sociale, già duramente provata dalla crisi.
Veniamo poi alla spending review, in italiano tagli o se vogliamo essere buoni revisione della spesa pubblica. Il documento citato ed attualmente disponibile su questa revisione è la cosiddetta Cura Cottarelli. La voce di taglio più generosa che vediamo subito è “Riduzione spese per beni e servizi (incluso sanità)”, guarda il caso poco più dei 10 miliardi che servono per la manovra (che però dovrà essere rifinanziata ogni anno, mentre la “cura” è spalmata su tre anni). Ce ne sono altre il cui succo è sempre lo Stato che si tira indietro lasciando il costo di alcuni servizi sulle spalle dei privati cittadini, ma concentriamoci su questa voce: che me ne faccio degli 80 euro in busta paga se poi per farmi una mezza radiografia ce li rispenderò di ticket? Nulla. Ci stiamo forse soltanto prendere in giro. Un altro punto è poi quello della sostenibilità nel tempo della misura: si parla di una parte di copertura con proventi da privatizzazioni. Rimane l’incognita su come si possa risollevare in maniera continuativa il potere d’acquisto degli italiani. Il ministro Poletti parla di «Scelte fatte nella logica dello sviluppo e della coesione sociale». La coesione sociale potrebbe ulteriormente essere messa a rischio. Lo sviluppo non lo intravedo, perché non vedo niente di sostenibile, nemmeno sull’aumento del potere d’acquisto su cui si basava il “far ripartire l’economia” da cui siamo partiti. Le uniche briciole positive – nella speranza che siano più di briciole – le vedremo forse coi nuovi contratti che il taglio del cuneo fiscale forse porterebbe, anche lì con le stesse domande di sostenibilità fiscale. Winston Churchill diceva che “una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi dal manico”. Parafrasandolo, direi che uno Stato che ti mette i soldi in una mano per riprenderli dalle altre mani ma di tutti (tramite paratributi e tassa inflazione) è come uno che semplicemente ti prende in giro.

Perché Paraffina

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La paraffina è il nome corrente dato ad una miscela di idrocarburi solidi, in prevalenza alcani, le cui molecole presentano catene con più di 20 atomi di carbonio. È ricavata dal petrolio e si presenta come una massa cerosa, biancastra, insolubile in acqua e negli acidi. Il suo numero CAS è 92045-76-6. Il suo numero EINECS è 295-458-3. Fu prodotta per la prima volta dall’industriale tedesco Karl von Reichenbach nel 1830. I suoi principali impieghi sono nella fabbricazione di candele, lubrificanti, isolanti elettrici, per la patinatura della carta e per produrre cosmetici, oli, creme per bambini e gomme da masticare.
Non ci avete capito un cazzo? Neanche noi. Ma ci proviamo. Con un blog a quattro mani in cui proviamo a metterci le mani. E il nome paraffina era figo. E poi ci fanno la vaselina, che in tempi di roba da prendere in culo potrebbe non essere male (ricordando sempre il numero EINECS però eh!!).