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Un sabato di coppa, un sabato italiano

“Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade”

Sui fatti di sabato scorso legati alla finale di Coppa Italia avevo deciso di tacere: mi sembrava assurdo che si desse tanta importanza a una notizia così irrilevante, mentre fuori dallo Stivale qualcosa di importante stava accadendo e non se ne dava spazio da nessuna parte. Non volevo insomma aggiungere commenti al commentificio che la nostra comunicazione è diventata, o forse è sempre stata ma almeno nei bar e nelle piazze e non sui social network. Nei bar almeno non c’era bisogno di fare la corsa al tweet sul momento o all’elogio del morto del giorno anche se non si sapeva chi fosse, su Twitter “tutti ti amano quando sei due metri sotto terra” (John Lennon). Quando poi forse sotto ci sono presenze camorristiche, bisogna ricordare che dargli importanza è celebrarli, e spesso loro vivono di questo. Indegno – a parer mio – il ruolo che si è dato a un tifoso con una maglia celebrante un assassino per coordinarsi con le tifoserie, ancora più indegna l’abbondanza di cronaca che finirà nel dimenticatoio, come quel fenomeno serbo di cui nessuno ricorda più il nome. A questo aggiungo soltanto l’assurdità che – per motivi magari non legati alla partita ma al calcio e alle tifoserie sì – siano stati sparati dei colpi di pistola nel chissenefrega generale. Perché il punto centrale alla fine era capire se quegli spari c’entrassero o no con la partita, e non la gravità del fatto che insomma, si spara a dei tifosi. Questo lo dico ascoltando i commenti di alcuni tifosi per cui il fatto è andato immediatamente in secondo piano rispetto ai commenti ai se e ai ma. Per quanto riguarda la gestione della partita da parte delle autorità, è pratica assai diffusa (vedi Heysel) che anche in situazioni di grave disordine pubblico si faccia giocare e si speri (o si faccia in modo) che la partita finisca presto, per offrire una liberazione collettiva agli scalmanati presenti, che in caso di rinvio della partita avrebbero probabilmente messo a ferro e fuoco Roma generando problemi ben peggiori. Capisco quindi la decisione di giocare, ma non il chissenefrega generale. Se il mondo del calcio ha a che vedere con rese dei conti che implicano spari in mezzo alla folla, vuol dire che è un mondo che ha dentro un grande marcio e che non si dovrebbe giocare nessuna finale. Dopo la morte dell’ispettore Raciti, si perse un’occasione per dare un segnale di buonsenso (alla luce del fatto che il calcio è uno sport, un gioco!), e peggio ancora un grave gesto di ipocrisia si consumò nel nostro paese con la sospensione del campionato per una settimana. Quel campionato, quel giorno, doveva finire lì. Credo che tanti tifosi avrebbero capito e sarebbero stati d’accordo. Le società meno: soldi, milioni in ballo tra stadi, merchandising, schedine e diritti TV. The show must go on, seppellito il morto e piante un po’ di lacrime di coccodrillo ricomincia la vita. In Uruguay, in questi giorni, per l’eccessiva violenza negli stadi il Presidente Pepe Mujica ha preso la decisione di ritirare gli agenti di sicurezza causando l’interruzione del campionato. Un gesto di buonsenso non solo per lanciare un messaggio contro questo fenomeno di inciviltà, ma anche per sottolineare un punto che in un paese come il nostro dove i soldi nel calcio girano e fioccano è bene evidenziare: la polizia deve stare per le strade e a disposizione dei cittadini, la sicurezza negli stadi dovrebbe essere garantita e pagata con una vigilanza privata dalle miliardarie società, e se non la possono garantire la partita non si gioca. Se poi ogni maledetta domenica siamo potenzialmente ostaggio di un gruppo di scalmanati che “o così o spacchiamo tutto”, abbiamo proprio perso la bussola. Ma torniamo a questo articolo: non volevo scrivere niente, finché un amico tifoso – presente allo stadio sabato – non mi ha chiesto di scrivere qualcosa offrendomi questa testimonianza che trovate qui sotto.  La pubblico volentieri perché è sempre bene capire le ragioni e anche la frustrazione degli altri in determinati contesti.  Sotto metto invece uno scritto di una studentessa universitaria di Firenze, che mi sento di condividere in pieno: una sorta di appello al bel calcio che è prima di tutto un gioco, una passione, un divertimento. Non una guerra. Con queste due voci dico tutto quello che non ho detto, sperando che tutto ciò abbia un’utilità o almeno un senso.

“Non voglio parlare del gesto più eclatante, cioè del Signor Carogna, perché ne stanno parlando tutti e bene o male sappiamo tutto. Sono tre le vergogne di sabato scorso. 1) il comportamento dei tifosi della curva nord del Napoli che prima dell’inizio della partita hanno lanciato 20 (e dico venti, non un numero così a caso) bombe carta verso questore, prefetto e centinaia di vigili del fuoco che stavano cercando un accordo, ferendone un paio. In un paese normale la partita finisce prima di iniziare, 0-3 a tavolino e tutti a casa….e non lo dico certo per dare la coppa alla fiore. Meglio sorvolare sul loro ridicolo lutto per l’incidente fuori dello stadio finito guarda caso proprio durante il terzo gol. 2) la “sicurezza” messa in atto dalla città di Roma in occasione della finale, complimentoni per aver controllato minuziosamente zaini e borse a famiglie e bambini. Ciliegina sulla torta il NIENTE fatto a fine partita davanti all’invasione di campo dei napoletani con almeno un centinaio di questi diretti contro la curva della viola per indirizzare versi di dubbio gusto. Per fortuna nessuno aveva bombe come l’altra curva, perché ci poteva scappare una tragedia. Per fortuna anche che c’era lo speaker che con il suo “fratelli napoletani jamm ja festeggiamo la coppa che ci siamo meritati e che tutti i nostri tifosi si meritano”. Una delicatezza. 3) mio malgrado la terza vergogna sono i “capi” (già il fatto che esista questa categoria fa riflettere) della curva viola che sono scesi a patti con i capiultrà avversari buttando via 10mila euro di coreografia e provando a imporre il silenzio a tutta la curva sud ignorando che la gente assente da 13 anni da una finale dopo aver pagato 100 euro in media avrebbe anche il diritto di tifare la squadra del cuore. Faccio parte di una parte della curva viola di ieri sera, la parte più numerosa ma meno rumorosa, quella che non ha fischiato l’inno, quella che ha incitato nonostante i richiami e quella che ha vissuto un incubo. Un incubo che fino alle 20.50 era un meraviglioso sogno e, per chi ama la Fiorentina come me, un incubo che rischia di non farci sognare più.” (Francesco, 25 anni, tifoso viola)

Capisco il dispiacere, doppiamente se si è appassionati di calcio, e anche io lo sono. Ma ci sono delle questioni che vengono prima. Non finisce 0-3 a tavolino e non può finire così perché è una finale e dentro lo stadio ci sono 70mila persone in un contesto di grave rischio. La partita purtroppo va giocata cercando di mantenere gli animi sotto controllo. Questo ha a che vedere anche con il tifo sottotono (anche se non è obbligatorio non incitare e se sì, un tifoso ha diritto di tifare), mentre sui 10mila euro di coreografia non mi pronuncio perché sono un’offesa alla povera gente. Poi ci lamentiamo dei troppi soldi nel calcio quando per una partita si smuove un giro di soldi di portata (tra biglietti, trasporti alloggi e spese delle tifoserie) milionaria.  Riguardo alle esultanze e agli sfottò avversari a fine partita, credo siano normali tra ultras (anche se dopo una serata del genere possono contribuire alla frustrazione), e rimando a quanto scrive qui sotto Valentina, 23 anni.

“Non seguo il calcio e credo che la Fiorentina sia l’unica cosa di Firenze che non amo.
Ho però l’opportunità di osservare numerosi commenti su Facebook di vari esemplari di tifosi o meno ogni volta che c’è una partita.
Oggi, vista l’importanza della giornata, già dalla mattina tutti si sono prodigati a sostenere la loro squadra del cuore, a fare cronache minuto per minuto della trasferta e, immancabilmente, a sperare che il caro vecchio Vesuvio faccia il bis di quanto già successo secoli fa a Pompei.
Non voglio commentare i disordini prima della partita, i feriti, accordi con gli ultras, bombe carta, fischi, scritte su magliette inneggianti ad assassini. Se si commentasse meno e si pensasse un po’ di più forse si darebbe più senso a quello che accade.
Vorrei solo dire ai miei amici fiorentini, juventini, napoletani, marziani, tifosi, simpatizzanti o ultras, quello che già da tempo penso: avete il calcio che vi meritate. Leggete quello che scrivete prima durante e dopo le partite. Sono sempre offese (più o meno forti) alla squadra e alla città avversaria, lamentele continue perchè gli arbitri rubano, le squadre rubano, i rigori si regalano, i fuorigioco non si vedono. Amore folle per la squadra che vince, per il giocatore che segna e, la settimana dopo, sdegno per la perdita, offese (spesso razziste) ai giocatori che sbagliano. Non vi arrabbiate con quei “pochi” che fanno chiudere le curve, perchè la loro violenza fisica ha come controparte la vostra verbale.
Non amo lo sport, ma mi piace giocare. E lo sport, di base, è un gioco. E nei giochi ci sono delle regole, che vanno rispettate, ma soprattutto un avversario che va rispettato. Nei giochi si vince e si perde, perchè qualcuno è più bravo di me o perchè siamo stati sfortunati. Esiste anche quella. Ma soprtattutto mi hanno insegnato che quando amo qualcosa, quando tengo a qualcosa, la sostengo quando le cose filano lisce, quando ti regala soddisfazioni, ma anche quando la barca sta affondando… e non la abbandono, non scarico le colpe sul comandante. Che per dimostrare il mio attaccamento a qualcosa non devo necessariamente denigrare ciò che è diverso, non serve affatto a dimostrare un amore maggiore.
Quindi, miei cari insultatori e lamentatori da social network, tenetevi il calcio che alimentate.
E domani, se è tempo bello, andate voi a fare una partita a calcio e cercate di riscattare uno sport che potrebbe insegnare molto a tutti”.