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Chi vince e chi perde – analisi del voto

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Vince (e parecchio) la paura nei confronti di un boom a 5 stelle. La campagna elettorale è infatti stata poco appassionante a detta praticamente di tutti, nessuno ha brillato. L’unico refrain forte è stato il #vinciamonoi grillino a cui l’Italia ha creduto votando Pd alla grande, visto come l’ultimo baluardo alla avanzata a cinque stelle. Molti il giorno dopo le scorse elezioni dissero che a saperlo che Grillo prendeva quel risultato non lo avrebbero votato, si è avuto a questo giro un effetto di segno opposto, poco prevedibile (bellezza e complessità dei comportamenti di voto). Per quanto Renzi abbia tentato in tv e ai comizi di contenere gli effetti sul governo di una eventuale avanzata grillina, il giochino del timore di quella stessa avanzata ha portato al Pd più di un voto.

Vincono le preferenze, e il radicamento sul territorio. Vince insomma l’unico vero e proprio partito d’Italia: il Pd, che – con un meccanismo di elezione ben diversa dal listino bloccato del Porcellum – riesce con la struttura e la base a guadagnarsi tanti voti spinti dalle preferenze. Sul livello comunale e nella piccola circoscrizione alle regionali basta meno per prendere preferenze. Sulla grande circoscrizione serve una struttura e una grande campagna. E il Partito Democratico si gode l’eredità di unico partito, una struttura solida che con un abile passaparola via sms, telefono, social, email, lettere (così si prendono le preferenze) non prende soltanto i suoi voti di lista, ma sfruttando le candidature e la caccia alle preferenze guadagna diversi voti. Metterei qui dentro un chiaro segnale a Renzi per la legge elettorale: con le preferenze vince chi allarga la rete del partito alle reti sociali esistenti, e chi ha buon radicamento sul territorio.

Vince anche la lista Tsipras che supera il quorum di pochissimo nonostante la sinistra da salotto che compone la lista abbia poche speranze, e senza quel brand non ce l’avrebbe mai fatta. Perché questo Tsipras in fondo un po’ gli tirava a tutti, #diciamocelo.

Perde, inutile dirlo, il Movimento 5 Stelle. Il motivo lo riassumo nei due punti sopra: voce troppo grossa che scuote la base degli attivisti e rinsalda lo zoccolo duro del voto di protesta, ma perde nella parte più morbida del voto di voto di protesta che alle scorse politiche nel dopo elezioni era già poco convinto del proprio voto (questa fetta va un po’ nel Pd e di molto a casa nell’astensionismo), e soprattutto spaventa l’elettore mediano che si rifugia in opzioni più stabili e moderate. L’altro motivo risiede nelle preferenze nella grande circoscrizione: l’uno conta uno (che a volte è sinonimo di “l’uno vale l’altro”) e l’ordine alfabetico funzionano col Porcellum, dove sostanzialmente fa gioco soltanto il voto di lista. Con le preferenze nella grande circoscrizione, queste trainano il risultato complessivo della lista. Le preferenze si prendono andando a caccia con un lavoro a tappeto di ogni candidato, non con l’uno conta uno tanto siamo tutti amici… oppure ci si accontenta del voto di lista (e infatti gli eletti sono stati votati soprattutto per appartenenza e in base all’ordine di lista). Una perdita che se nel relativo sostanzialmente tiene botta perdendo 4 punti percentuali, in assoluto (con il calo dell’affluenza) si trasforma in una perdita da tre milioni di voti. Mica noccioline..

Perde Scelta Civica, ma questo si sapeva già e non c’è niente da aggiungere. Dico solo per gli amici che vi si erano gettati con passione alle ultime politiche, che un progetto elettorale deve saper guardare avanti agli anni e non soltanto alle prossime elezioni (in quel caso, le politiche): un barcone elettorale non è un progetto, ed è destinato come tutti i barconi affollati a naufragare. Sic.

 Perdono i sondaggisti, che ancora non sono minimamente in grado di valutare bene il fenomeno 5 stelle: alle scorse sottovalutato, a queste sopravvalutato con un errore a volte superiore al 10%. Servono meno statistici e più analisti politici per interpretare e correggere i risultati dei sondaggi traendone qualcosa di realistico. Perché l’elettore spesso decide in cabina, e a volte mente. Come correggere l’effetto distorsivo queste risposte? Basta ometterle? Sono domande in corso da anni, almeno da quel “Dewey defeats Truman” del 1948 con cui gli istituti americani di sondaggi avevano dato un vantaggio a doppia cifra per Dewey costringendo i giornali a stampare milioni di copie che titolavano con la sconfitta di Truman, che però alla mattina del voto risultò vincitore. Esultò con una copia del Chicago Daily Tribune in mano che annunciava la sua sconfitta. Certo è che il comportamento di voto lo devo un po’ sondare un po’ interpretare, non basta omettere i risultati sospetti: vanno interpretati perché poi saranno quelli che falseranno il risultato. E chi interpreta meglio vince  la sfida. Altrimenti, adottando tutti gli stessi criteri, si danno tutti più o meno gli stessi risultati.

Perdiamo tutti, perché sa di poco esultare per il trionfo del proprio partito o per il tonfo di quello avversario quando ha votato meno del 60% degli aventi diritto.

 

Vince in sintesi il Pd con un mix di effetto timore di un boom dei cinque stelle, effetto trascinamento dovuto dalla campagna sulle preferenze (in cui i candidati democratici non hanno avuto sostanzialmente rivali prendendo un terreno – quello delle conoscenze estese e delle reti sociali – che sul voto di lista standard si muove solo su appartenenze e programmi) e in parte ci metto anche l’effetto Renzi. Non so bene come valutare questa parte: se in uno scenario come quello delle politiche scorse – in seguito alle primarie – sarebbe stato certo dirompente e determinante, a questo giro mi è sembrato sottotono in campagna elettorale e meno trainatore di quanto sia sempre stato (complice certamente il ruolo di governo che impegna e lega anche durante le campagne). Lo inserisco nell’analisi come effetto secondario ma presente, anche se in misura minore a quanto mi sarei aspettato prima dell’inizio della corsa alle elezioni.

Ciò che invece proprio non mi aspettavo è il risultato del Pd: superato il 40%. Anche al netto dell’affluenza bassa, un risultato strepitoso. Ancora i 12 milioni di elettori Pd di Veltroni nel 2008 non sono tornati tutti “a casa”, ma ci si avvicina in maniera imprevedibile.  Certamente ci sono tanti fattori nel mezzo: quelli descritti prima, un po’ di crisi dei 5 stelle, la necrosi di Berlusconi, la scomparsa di Scelta Civica. Ma vanno qui riconosciuti gli onori di un lavoro di lungo respiro al Pd di Matteo Renzi. Non ho condiviso la sua battaglia e non condivido la natura del Partito Democratico, ma mi sembra chiaro che un iscritto Pd – di qualsivoglia corrente – oggi tiene finalmente la testa alta ed è ripagato del lavoro di anni. Trova insomma una risposta a quei “chi me lo fa fare?” che da anni si pone senza troppa risposta. E probabilmente gioverà anche ai candidati alle amministrative e alle regionali, che beneficeranno presumibilmente in maniera positiva dell’effetto Europee. Ho potuto seguire da molto vicino l’avanzata di Matteo Renzi: l’ho sempre ritenuto un fenomeno pur non condividendo quasi niente del suo modo di fare politica, e in tanti momenti ho pensato pure che avesse un culo sfacciato. Ha avuto tanti kairos, momenti unici: da sindaco di Firenze, la situazione politica (Berlusconi imbattibile davanti a una dirigenza Pd impallinata) era ideale per lanciare i suoi attacchi. Perdere alle primarie contro Bersani è stato un dono del cielo: l’esplosione a 5 stelle sarebbe forse stata lievemente più contenuta ma ci sarebbe stata, da candidato premier o vinceva o sarebbe scomparso. Si presenta così al suo primo voto da segretario Pd e premier con Berlusconi sconfitto dai tempi e disconosciuto anche dai suoi e i 5 stelle più deboli (ma ancora più imprevedibili) che alle politiche. Scavando più indietro c’è tutta una lunga serie di momenti in cui ho pensato “che culo!”.

 

Ma la realtà è che non credo alla fortuna e nemmeno al caso: e allora onore al merito di Matteo Renzi e della sua squadra che hanno saputo leggere ogni momento traendone la miglior azione politica che potevano immaginare, tracciando una strada che li ha portati da Rignano sull’Arno a Firenze, da Firenze a Roma, ed oggi fino a Bruxelles.

 

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